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Vox Organica, il respiro dell'organo

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    Admin
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Si è svolto domenica 19 aprile, presso il Santuario San Paolo alla Rotonda, il quarto incontro della "Vox Organica il respiro dell'Organo". La serata si è presentata fin dall’inizio come un percorso strutturato, quasi un itinerario interiore, in cui la musica non ha semplicemente accompagnato il pubblico, ma lo ha condotto attraverso una sequenza di stati: il dolore, la scelta, la liberazione, la trasformazione, fino alla lode.

Già l’apertura con lo Stabat Mater di Zoltán Kodály ha posto una domanda senza mediazioni: che cosa resta dopo il dolore? Non una narrazione, ma una sospensione. Il coro, compatto e senza individualità emergenti, ha dato forma a una voce unica, restituendo con intensità quella dimensione comunitaria del lamento che la modernità sembra aver smarrito.

Il passaggio all’Atto di amore di Marco Frisina ha segnato una frattura netta. Dal dolore alla decisione. Il tenore Davide Fazzari, sostenuto dal tessuto corale e dall’organo di Antonino Ripepi, ha incarnato una linea semplice ma radicale: l’amore come atto di volontà, non di sentimento. La scrittura, essenziale, ha trovato proprio nella sua nudità la sua forza.

Con Bach, nel Preludio e Fuga in re minore BWV 538, la parola è definitivamente scomparsa. La costruzione polifonica ha imposto una diversa forma di ascolto: non più empatica, ma strutturale. Ripepi ha restituito con chiarezza l’architettura interna del brano, lasciando emergere il rigore del pensiero musicale bachiano.

La seconda zona ha introdotto una svolta timbrica ed estetica. La Pavane pour une infante défunte di Ravel, affidata al dialogo tra flauto e organo, ha sospeso il tempo. Nessuna retorica, nessuna descrizione: solo una linea limpida, controllata, che ha riportato l’ascolto a una dimensione quasi astratta, sottratta al rumore del presente.

Con Il canto del mare, ancora di Frisina, si è tornati alla parola, ma in una forma dichiarativa. Non più domanda, non più scelta, ma proclamazione. Il momento della liberazione, espresso dal testo dell’Esodo, ha trovato una resa efficace nella distribuzione delle voci soliste — Claudia Simona Andolfi, Alessia Giardini e Davide Fazzari — integrate in un tessuto corale compatto e sostenuto dall’organico.

La terza sezione ha rappresentato il cuore del programma. Nel Cantico delle creature, Francesco non viene evocato come figura storica, ma come coscienza. La scelta di collocare questo testo nel punto centrale del percorso ha chiarito la logica complessiva: non negazione del dolore, ma sua trasformazione. Alessia Giardini e Lorenzo Fortugno hanno dato voce a una scrittura che vive di equilibrio tra fragilità e affermazione.

A questo si è affiancato Dolce sentire di Riz Ortolani, momento di apparente semplicità, ma decisivo. Qui la musica ha abbandonato ogni costruzione concettuale per restituire una percezione immediata: pace, relazione, interiorità.

Le Lodi all’Altissimo hanno chiuso la sezione con una forma quasi ossessiva di ripetizione — “Tu sei” — trasformata in ritmo e struttura. Non formula, ma costruzione progressiva della relazione.

La quarta zona, con l’Ave Maria di Franz Biebl, ha riportato l’ascolto a una dimensione liturgica più esplicita. La struttura alternata tra voce solista e coro, e il gioco di sovrapposizioni tra i gruppi vocali, hanno costruito un crescendo controllato, culminante in una sezione finale di grande intensità.

Nella quinta zona, definita non a caso “canto puro”, la scrittura si è fatta più rarefatta. L’Aria di Eugène Bozza, affidata al flauto di Sharon Crucitti, ha richiesto un ascolto attento alla linea e al respiro. Apparentemente semplice, il brano ha rivelato tutta la sua complessità nella gestione del suono continuo.

A seguire, Ombra mai fu di Händel ha riportato la voce al centro, ma in una forma depurata da ogni virtuosismo. Claudia Simona Andolfi ha scelto una linea sobria, coerente con la natura contemplativa dell’aria, restituendone la dimensione sospesa.

Il Ballo del Granduca di Sweelinck ha riattivato il movimento. Basato su un tema rinascimentale ampiamente diffuso in Europa, il brano ha trovato nell’interpretazione organistica una chiarezza strutturale efficace, evidenziando la progressione delle variazioni.

La chiusura con Adiemus di Karl Jenkins ha aperto a una dimensione completamente diversa. Qui la parola è definitivamente superata: la voce diventa suono, materia, ritmo. Il coro, sostenuto da flauto e organo, ha costruito un paesaggio sonoro che non racconta, ma coinvolge.

 
 
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