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“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

- di Mons. G. D'Anna -



E quindi uscimmo a riveder le stelle” … la famosa frase del sommo poeta è divenuta proverbialmente adatto a quanti hanno vissuto una situazione di preoccupazione, sofferenza e pericolo ma che dopo un’estenuante lotta, sono riusciti a superarla. È quello che certamente hanno vissuto quanti sono stati colpiti dal contagio del Covid-19, tra questi recentemente anch’io.

Sono tanti e svariate le emozioni, i sentimenti e i pensieri che in queste tristi circostanze si inseguono e si accavallano. La prima sofferenza è certamente già la notizia della positività. Ognuno è portato a non crederci, quasi che tutti, tranne e me è esposto a questo pericolo, che noi siamo stranamente dotati di particolari ed esclusive difese immunitarie che altri non hanno e non possono avere, per cui la prima reazione è pensare: “questo a me non accadrà mai”. Dobbiamo riconoscere che con estrema leggerezza abbiamo abbassato la guardia, diventando, seppur in modo involontario, nemici delle mascherine e di tutte le buone abitudini di igiene e profilassi contro la pandemia ancora presente, efficace e vincente, in mezzo a noi. Nel seguente periodo, che come sappiamo si è già identificato, come quello della quarta ondata, ci si siamo poi lasciati forse un po’ ingannare da un’eccessiva fiducia nel vaccino già ricevuto. Se poi i vaccini che ci sono stati inoculati sono addirittura due, come nel mio caso, ancora meglio. Confesso la mia ignoranza, solo dopo ho appreso che i vaccini non escludono la possibilità di contrarre il virus, ma ci danno semmai un’adeguata difesa per tutte le conseguenze, che nel tempo per alcuni pazienti con patologie più importanti e consistenti si sono rivelati letali. Oggi sappiamo che il vaccino garantisce, in una percentuale vicina al 95 per cento, la possibilità di vivere la malattia come una semplice influenza, con rischi assolutamente minimi, che escludono la possibilità di andare a finire ricoverati in ospedali, o in casi peggiori nelle terapie intensive. I problemi si complicano in modo esponenziale in chi ha già delle patologie legate a malattie respiratorie o cardiologiche. Questa verità l’ho potuto sperimentare personalmente, e sono felice di poter dare questa testimonianza non solo per me, che sono ancora relativamente giovane, ma anche per mia madre che con me ha contratto il virus (certamente per causa mia che gliel’ho portata fin dentro casa), che nonostante i suoi quasi 88 anni ha superato brillantemente il pericolo della malattia, senza avere nessun sintomo di particolare rilievo. Così come naturalmente è successo a me, nei ben 25 giorni di quarantena, durante i quali mi sono sentito come un leone in gabbia, un cavallo imbrigliato, in perfetta forma fisica, ma in grave stato di prostrazione e di sofferenza interiore, che mi hanno segnato profondamente. Ecco perché soprattutto chi ha vissuto questa esperienza non dovrebbe esitare a spezzare una lancia a favore dell’importanza del vaccino per tutti, non come via della salvezza assoluta, (siamo sempre nelle mani di Dio), ma come antidoto per superare i mille e mille rischi che la malattia presenta.

L’altro sentimento che porta molta sofferenza e angoscia è il pensiero che forse per colpa tua, nonostante non ci fosse stato mai il tuo più lontano e minimo assenso della tua volontà, altre persone hanno a loro volta, dopo essere venuti in contatto con te, aver preso quella stessa malattia. Nella mia esperienza personale lo è stato per mia madre, come già accennato sopra, ma anche per altri amici della comunità parrocchiale che senza naturalmente la responsabilità di nessuno sono stati affetti del covid-19.

A questo si aggiunga la sofferenza per tutti i disagi e i disguidi per il ministero pastorale, che naturalmente non può non risentire della situazione di sofferenza e di disagio, sicché se non si è contagiati dal coronavirus si è certamente contagiati da una sorta di psicosi, per cui tutto e tutti possono essere considerati possibili “untori”. Nasce così la diffidenza, la circospezione, il sospetto, la diffidenza, il timore, se non addirittura la paura e il patema d’animo, attimo per attimo. Tra le sofferenze più forti, infatti dovuto proprio a questa situazione di diffidenza, il registrare come ci sia stato anche il vedere un calo impressionante ed esagerato di partecipazione alle messe domenicali e feriali. Alla fine sono stato costretto a togliere le messe di feriale, mentre nei giorni festivi, considerato che sono stato male a cavallo delle feste importanti come quella di tutti i Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, ho dovuto ridurre il numero delle celebrazioni e quelle poche che ci sono state hanno visto la presenza di una trentina di persone, sì e no, nonostante non sia mancata la grande disponibilità di diversi sacerdoti, che in questo periodo si sono avvicendati per assicurare alla comunità parrocchiale un adeguato e doveroso servizio pastorale.

Ancora si aggiunga lo stress dei giorni dei tamponi. Preciso che personalmente sono arrivato a quattro in poco più di venti giorni. Una giornata di stress per il giorno in cui quelli dell’USCA, che è l’ente per il rilievo della malattia attraverso tamponi molecolari fatti a domicilio da operatori sanitari specializzati, per cui uno incomincia, dalla mattina alle otto fino alla sera alle venti, a dirsi: “ora vengono, ora spuntano”, e quelli non arrivano mai, considerato l’alto numero di interventi che in questi ultimi giorni hanno dovuto effettuare considerato il numero sempre crescente di nuovi contagi. Si passa poi al giorno seguente nel quale sei chiamato ad aspettare il risultato del tampone effettuato. Anche lì un’intera giornata per dire “arriva o non arriva; si sa o non si sa”. Infine un terzo ed ultimo giorno di indescrivibile ansia e stress per metabolizzare la triste notizia della confermata positività.

Non parliamo poi del vivere la quarantena, ossia il periodo di assoluto isolamento che non ti permette di fare neanche quelle cose, che a volte consideriamo le più banali e scontate, come fare una passeggiata, uscire per la spesa, andare a trovare qualcuno, recarsi in pizzeria il sabato sera con qualche buon amico, etc., così come l’impossibilità di far venire qualcuno a casa tua, di offrire un caffè, di poter fare due chiacchiere con un parente, un collega, un amico, di starsene comodamente seduto in un divano in buona compagnia a vedere un film o semplicemente per una pausa di relax. Per chi poi come me, non credo di svelare nessun segreto soprattutto a chi mi conosce bene, ha un carattere particolarmente estroverso, socievole e disinvolto, deve fare i conti con questa privazione che si percepisce in modo più forte e insopportabile.

Non faccio fatica che questo è stato uno dei periodi di maggior sofferenza psicologica della mia vita di uomo e di prete. Mai mi sono sentito così debole, fragile, inadeguato e soprattutto impreparato a far fronte a una difficoltà-emergenza della vita.

Ma ci sono naturalmente anche qualche elemento buono e positivo, che il periodo di convalescenza trascorso come già detto in assoluta quarantena, presenta e che non può non essere evidenziato.

Innanzitutto il fatto che anche altri tre confratelli, carissimi amici, hanno contatto con me e come me il covid-19. Non è certo questo un motivo per godere della sofferenza altrui, per la quale non puoi mai, in nessuna situazione avere piacere e benessere, ma si comprende quante è vero l’antico detto, “aver compagni al duol scema la pena”. Il pensiero della presenza di alcune persone, che forse meno di te meritano di vivere quella situazione di malessere e sofferenza, ti dà un po’ di forza e coraggio. Questa comune sgradevole esperienza è stato un occasione per rafforzare i nostri rapporti di sacerdotale amicizia e fraternità. Infatti ogni giorno ci sentivamo al telefono per chiedere notizie uno dell’altro ma anche per qualche buona parola, un consiglio, un saluto che non poteva non portare consolazione, forza e pace.

Come detto anche mia madre inevitabilmente visto la convivenza con me nella stessa abitazione è risulta positiva. Questo mi ha permesso di sentire meno la solitudine, ma anche di essere vicino alla persona più cara che il buon Dio ti ha messo accanto nella vita terrena. E così è stato possibile aiutarci, incoraggiarci e sostenerci vicendevolmente. Io aiutandola nelle piccole faccende di casa, cucinare, pulire, stendere i panni, lei avendo sempre parole di incoraggiamento e di sprone, soprattutto quando mi vedeva un po’ nervoso, agitato o depresso. Ogni giorno alle 18 ci sintonizzavamo sulla rete televisiva TV2000, ci trasferivamo spiritualmente a Lourdes e insieme recitavamo il santo rosario. Subito dopo preparavamo in cucina un piccolo altarino e li quotidianamente celebravamo la santa messa, pregando per tutti gli ammalati e i sofferenti, ma anche applicando per le varie intenzioni segnate in suffragio di diversi fedeli parrocchiani defunti. Come mi diceva domenica scorsa il Rettore del Seminario, don Nino Pangiallo, al quale riferivo questa fatto: “avete vissuto l’esperienza di sant’Agostino e santa Monica, madre e figlio uniti nella preghiera e nella vita”.

Un altro segno indubbiamente molto bello e significativo è stato poter toccar con mano la solidarietà, l’affetto e la vicinanza di molti amici, in particolare i molti parrocchiani che hanno fatto a gara per assicurarci quella vicinanza, per non farci mancare tutto ciò che poteva servire anche materialmente, tipo la spesa e le cose necessarie per poter mangiare e bere senza alcuna privazione o difficoltà. Lo stesso si dica sotto l’aspetto pastorale, dove anche lì ognuno a fatto la sua parte per far si che i sacerdoti ospiti venissero accolti e assistiti nell’adempimento del loro servizio liturgico alla parrocchia.

Ora tutto è passato, e tutti i sentimenti negativi sono quasi ormai cancellati e dimenticati, resta soltanto un unico grande sentimento: la gratitudine. Grazie naturalmente innanzitutto al Signore che sempre guarisce e risana, che come dicono i nostri saggi anziani “affligge ma non abbandona mai”. Grazie a tutti gli amici e conoscenti che in ogni modo si sono fatti presenti con messaggi, telefonate e quant’altro pur di farti giungere la loro solidarietà, appoggio psicologico e sostegno morale e spirituale.

Un ultimo aspetto positivo del mio personale periodo di quarantena è stato quello che avendo a mia disposizione tantissimo tempo libero, ho cercato di viverlo al meglio. Il tempo dell'isolamento della quaranta come già detto prima è davvero molto pesante, sembra non passare mai, una giornata sembra interminabile. Preghi, leggi, vedi la TV ma tutto ti appare inutile e noioso. Allora non puoi che fare la cosa che ti appare più interessante e coinvolgente. Ed è così che ho deciso di portare a compimento il mio settimo libro. Lo avevo iniziato diversi mesi fa, ma la vita frenetica della mia quotidianità non mi ha fatto fare molto. Il libro all'inizio doveva essere la quinta parte del volume scritto in occasione del mio 25.mo di parrocato a San Paolo "Insieme nel tempo per fare comunità". In questa sezione avrei voluto raccogliere le novene, le preghiere e alcuni canti propri in uso in parrocchia. Ho compreso che così facendo quel libro sarebbe risultato molto voluminoso e alquanto pesante. Decisi allora di fare, quando ne avrei avuto il tempo, una pubblicazione a parte. E così è stato, con qualche aggiunta e amplificazione che ho ritenuto opportuno, trasformandolo da un semplice manuale di preghiere e devozioni in un bel volume che raccoglie le esperienze della comunità parrocchiale alla luce del percorso proposto dall'anno liturgico e pastorale. E così partendo dal mese di settembre, quando la comunità riprende il suo cammino a pieno ritmo, dopo la dispersione delle vacanze estive, fino ad agosto il tempo dei campi parrocchiali. Mese per mese ho ripensato e presentato tutte le attività liturgiche, le iniziative spirituali, ma anche gli eventi comunitari che, in questi quasi 27 anni di vita insieme, sono diventati un classico, un punto fermo del cammino fatto insieme. Da qui il titolo che dovrebbe essere: "Preghiamo, cantiamo e camminiamo insieme... per una Chiesa Sinodale". Il volume andrà in stampa la prossima settimana, nella speranza di poterlo distribuire e donare nel prossimo periodo natalizio.

L’augurio che il grande male del corona virus possa essere totalmente e definitivamente sconfitto e ogni persona possa trovare la serenità, la salute e la pace che tutti desideriamo.

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